Mons. Sigalini: "Solo Gesù può darci il coraggio di cambiare e di osare l'impossibile"

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XIV Assemblea nazionale dell’Azione Cattolica Italiana
“Vivere la fede, amare la vita”
L’impegno educativo dell’AC
(6/8 maggio 2011 - Roma, Domus Pacis, via di Torre Rossa, 94)
Comunicato n. 11
 
L’Omelia di Mons. Domenico Sigalini, Vescovo di Palestrina e Assistente Ecclesiastico Generale dell’Azione Cattolica Italiana
«Gesù, sali sulla barca della nostra vita (Gv 6, 16-21)»
Ecco il testo dell’Omelia pronunciata da Mons. Domenico Sigalini alla Celebrazione eucaristica che questa mattina ha aperto la seconda giornata di lavoro della XIV Assemblea nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, che vede a Roma riuniti circa 900 delegati provenienti da tutte le diocesi d’Italia, chiamati ad eleggere il nuovo Consiglio nazionale dell’Associazione per il triennio 2011/2014. Nutrito anche il gruppo degli uditori (260) e quello degli ospiti, provenienti da diversi Paesi, non solo europei (65).
 
Stamane, come ogni giorno, riprendendo a vivere, a lavorare, a scambiare relazioni, affetti, pensieri e sentimenti, a realizzare progetti, se ancora non l’abbiamo fatto, prendiamo sulla barca della nostra vita Gesù. È il centro di essa, è il compagno di ogni nostro viaggio, è l’aspirazione di ogni giornata, è la luce che dirada le nebbie che ci fanno girare a vuoto, è il sale che dà sapore, è la forza che ci sostiene, è la ragione del nostro esistere. Non vogliamo inserire, come spesso facciamo il pilota automatico, che ci può garantire la sua meta, ma non ci dà la gioia di vivere, la sorpresa di incontri gratuiti, la possibilità di ascoltare le ragioni del cuore, di intercettare nuove mete, che lo Spirito ci suggerisce.
 
Oggi però la nostra vita è sulla barca dell’Assemblea, e vogliamo che ci salga Gesù. L’Azione Cattolica lo ha messo al centro del suo cammino formativo, lo ascolta nel servizio dei suoi pastori, lo addita a sé, a ragazzi, adolescenti e giovani nei suoi progetti educativi, lo scopre nella passione per il bene di tutti, lo vuol portare a tutto il mondo, lo prega per avere forza di cammino, lo serve nei poveri che incontra, lo tiene per compagno di ogni slancio apostolico. E lo vuole sulla barca dell’assemblea, come luce e sale, per vivere la fede e amare la vita. Se non c’è Lui, giriamo a vuoto tutte le miglia dei nostri contorcimenti e vani sproloqui. Siamo capaci anche noi e non ce ne meravigliamo, di impantanarci nelle mormorazioni tra greci e ebrei per l’assistenza alle vedove.
 
C’è da vincere ancora qualcosa che si insinua a intorbidare le nostre coscienze: la paura. Il vangelo la evoca come un misto di smarrimento, di tensione per la tempesta, di avvitamento su di sé e frustrazione per le tre o quattro miglia di giri a vuoto della barca, di impotenza di fronte ai venti e all’agitazione delle onde. Ognuno di noi ha le sue paure. Penso alle preoccupazioni di non farcela nell’assumersi nuove responsabilità, alla constatazione delle nostre fragilità interiori, delle nostre infedeltà al vangelo, alle stanchezze dei reiterati tentativi di rispondere generosamente alla vocazione cristiana. Penso alle paure che ci costringono in routine senza sbocco e senza slancio, senza profezia e senza generosità, a tenere in piedi facciate e maschere, perché ci manca il coraggio di cambiare e di osare l’impossibile.
 
Non sfugge a nessuno, credo, il collegamento a quel “non abbiate paura” che ci siamo sentiti di nuovo ricordare autorevolmente da papa Benedetto, quando domenica scorsa ci ha riportato vivo in piazza San Pietro il beato papa Giovanni Paolo II. Aprite le porte a Cristo, fatelo salire sulla barca della vita. Sembra un assurdo: siamo nella tempesta, siamo nella disperazione, spesso siamo senza vie di uscita, Gesù ci si presenta come amore gratuito e noi abbiamo paura; siamo troppo attaccati a noi, non abbiamo occhi puliti per vederlo, né cuore aperto per accoglierlo, c’è sempre il male che ci trattiene e la nostra superbia autosufficiente che blocca ogni conversione. Abbiamo paura di cambiare e ascoltare, di deciderci e di volare. La terra la usiamo come palla al piede invece che come trampolino di lancio.
 

“Allora vollero prenderlo sulla barca”. Noi lo vogliamo con noi stamattina nel cercare la verità della nostra vita e della nostra associazione, nel decidere di seguirlo con generosità, nell’accogliere le parole di Pietro che sta già sulla nostra barca, nel rimettere il timone nella direzione intuita, da definire e far diventare meta per tutte le nostre realtà di base. Le nostre associazioni diocesane e parrocchiali sono tutte piccole scialuppe che si devono prendere Gesù a bordo e assieme giungere alla nave della chiesa e con essa solcare il mare della vita e del tempo, sicuri di giungere al porto del Regno di Dio. E quel Gesù che prendiamo sulla barca non è necessariamente quello con gli occhi azzurri di Zeffirelli o quello col corpo dilaniato di Mel Gibson, ma il Risorto.